• Cristina Speggiorin

Il coaching secondo E-Skill

Lo sappiamo: di coaching se ne parla da tantissimo tempo. Non arriviamo tardi: lo facciamo anche da noi da tantissimo tempo ma visto che la confusione è tanta e molti si improvvisano coach, abbiamo deciso di dare la nostra impronta. E oggi quindi...una piccola sessione di coaching sul coaching!


Di coaching ne parlano tutti: sono un coach, noi in azienda facciamo coaching, ho bisogno di un coach. C'è il business, il family, il life coach, lo spiritual coach e anche il dream coach a seconda della fantasia e della creatività di ognuno di noi. Ma più di tutti, quello affascinante, quello più richiesto è il mental coach. Tutti che vogliono diventare mental coach dopo che Jacobs sul traguardo dei suoi 100 metri (i primi vinti da un italiano alle Olimpiadi) ha ringraziato Nicoletta, la sua mental coach...perché se è riuscito nell'impresa è grazie anche a lei; tutti che hanno bisogno di un mental coach; in azienda di formazione se ne fa tanta, si è anche stanchi...perché non provare con il coaching? E potremmo continuare all'infinito.

Ma il coaching non è una moda, non è la panacea per tutti i mali, anzi, se utilizzato male o agito in modo non appropriato può fare danni...altro che benefici! Ecco perché oggi noi vogliamo parlarne, brevemente ma seriamente. E lo facciamo prendendo spunto dalla prima lezione della nostra Scuola di Coaching, nata nel 2019 che ha già diplomato in soli 2 anni, una cinquantina di coach e che sta crescendo sempre più donandoci anche grandi soddisfazioni. Vogliamo far comprendere la vera natura del Coaching: è per questo che la Direttrice della nostra scuola ha accettato l'incarico di Vice-responsabile del Coaching Club AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti) della Lombardia. Un ruolo che la impegnerà per tutto il 2022 e che la vedrà promotrice di diverse iniziative.

Ma parliamo di coaching.

Innanzitutto per diventare coach non è sufficiente essere un manager e prestare la propria esperienza al coaching oppure riciclarsi da formatore (perché voglio evolvere e passo dall'aula agli incontri individuali e personalizzati): i contenuti non sono importanti nel fare coaching. Ah sì? -direte voi un po' stupiti. Sì, per fare coaching ad un manager non è necessario che uno sia un ex manager. Il coach è un esperto di processo, non di contenuto. Il coach non è un mentore, non è un insegnante, non è un formatore. Sembra banale ma i confini non sono poi così sottili: marcano territori decisamente diversi.

Le prime parole che vengono pronunciate nella prima lezione della nostra Scuola sono le seguenti: che cos'è il coaching? Che cosa significa fare coaching? E la risposta non è nella definizione dell'attività, ma nella sua etimologia. Poche spiegazioni, molto brevi ma che arrivano al punto.

Sì, è importante conoscere la storia e gli autori di riferimento: solo così, risalendo alle origini, possiamo dare una giusta cornice al coaching. E quindi?

E quindi coaching deriva dall'inglese coach che ha 2 significati: carrozza e allenatore. La carrozza è un mezzo di trasporto con il quale ci si sposta e si raggiungono nuove destinazioni; l'allenatore è un tecnico specializzato predisposto alla preparazione di piani di allenamento di singole persone o di una squadra.

Da questi due concetti possiamo subito rispondere alla domanda "che cos'è il coaching?". Il coaching è quell'attività professionale condotta da una persona specializzata che mira al potenziamento di una prestazione o al far raggiungere uno stato desiderato alla persona stessa.

Fare coaching significa quindi allenare, migliorare, potenziare una prestazione e/o raggiungere un obiettivo.

Né più né meno. Quindi non si fa coaching a caso, non si introduce un processo di coaching in azienda solo perché è di moda o perché una persona non sa cosa fare o ha delle lacune. Non confondiamo il coaching con la formazione, l'addestramento o il trasferimento di competenze. Perché ci sia coaching ci devono essere una prestazione e un obiettivo. Punto.

Quali sono gli autori di riferimento? Ve li elenchiamo:

Socrate (sì, è lui il primo coach della storia...un filosofo, non un manager, non un allenatore), Timothy Gallwey (un professore universitario con il pallino -o la pallina?- del tennis), John Whitmore (un ex pilota trasformatosi in consulente aziendale) e Martin Seligman e la sua psicologia positiva.

Chi è quindi il coach? E' un professionista specializzato nel processo, conoscitore di come funziona la motivazione nell'essere umano, delle resistenze al cambiamento e in grado, come Seneca, di tirar fuori il potenziale del coachee per aiutarlo ad arrivare ad una nuova destinazione. Un professionista che studia, che si aggiorna, soggetto a intervisione e a supervisione con altri coach che vigilano sul suo lavoro.

Capite perché non è sufficiente essere un manager o un professionista altro? Devo conoscere tecniche e strumenti, devo saper gestire la relazione con il singolo o con il gruppo, capirne le dinamiche e le resistenze e ragionare in un'ottica sistemica affinché l'azione sul coachee abbia senso e significato all'interno dell'organizzazione.

Tutto il resto...sono fantasie prodotte dalla creatività (anche ingegnosa) di qualcuno.

Il nostro invito? Non improvvisate e non improvvisatevi! Non seguite le mode: il coaching funziona se è ben progettato, con il giusto engagement. A volte non si ha bisogno di coaching, ma di un corso di formazione o di un sistema di valutazione delle prestazioni corretto o di altre misure motivazionali. Fidatevi.

E se poi volete diventare coach anche voi, qui trovate il programma della nostra scuola.


34 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti