• Cristina Speggiorin

Quiet Quitting: minimo sforzo, minima resa

Aggiornamento: 6 giorni fa

E dopo la Great Resignation ecco un altro fenomeno: il Quiet Quitting. Ne parlano tutti: chi lo contesta, chi lo comprende, chi lo sottovaluta. Però c'è, esiste e dobbiamo farci i conti.



In ogni dove si parla di Quiet Quitting: imperversa negli articoli per gli addetti ai lavori, nella cronaca di costume e attualità e...forse anche nella vostra azienda.

Voi lo conoscete? Vediamo di fare chiarezza, partendo proprio dal suo significato.

L'espressione anglossassone significa letteralmente "abbandono silenzioso" e sta ad indicare quel comportamento lavorativo che si traduce nel fare lo stretto necessario, il minimo sindacabile.

Avete presente quelle risorse di cui qualche manager si lamenta perché "fanno il loro" senza nessuna proattività o un minimo sforzo in più? Ecco iniziate a capire.

E dov'è la novità? Esistono da sempre elementi così in azienda! Chi non li ha conosciuti? La novità risiede in 2 aspetti fondamentali:

- il numero di persone coinvolte

- le possibili motivazioni del fenomeno.


Le motivazioni del quiet quitting


Il numero di lavoratori coinvolti nel quiet quitting è decisamente rilevante tanto da far pensare ad una massa critica che può in qualche modo influenzare il sistema azienda. Inoltre, proprio perché di massa, il fenomeno è indice di un malessere generale, oltre la singola lamentela: non trattandosi di pochi elementi (il cui atteggiamento è da ritenersi fisiologico) ma di comportamenti diffusi significa che sta mutando la cultura e l'approccio al lavoro.

E in effetti i cambiamenti sono visibili soprattutto nella cosiddetta generazione dei Millennials. Alla base del quiet- quitting c'è la ferma volontà da parte dei lavoratori di trovare un modo per conciliare la vita familiare e personale con quella professionale: un difficile gioco di equilibri che si fa sempre più pressante nella sua richiesta di trovare una soluzione. Si sta progressivamente registrando una contro-tendenza: dal workaholism, la cultura del super lavoro, alla presa di consapevolezza che salute psicologica, benessere fisico e mentale sono più importanti del lavoro.

La realizzazione di questo delicato equilibrio passa proprio da un minor impegno sul lavoro. Il recente evento pandemico con il lockdown e l'introduzione dello smart working hanno condotto ad una generale rivalutazione di tutte le attività del tempo libero e dei contatti sociali.

Ma il quiet quitting può dipendere anche e unicamente dalla cultura aziendale interna ad ogni organizzazione: se tratto delle persone come se fossero numeri, non mi curo del loro benessere e ben-stare all'interno del team, della divisione, del reparto; se informo senza chiedere feedback mi troverò risorse demotivate e "ribelli" che rispondono in silenzio, facendo altro o nulla al di là di ciò che è richiesto perché il benessere lo cercano (e lo trovano) altrove.

Stare bene sul posto di lavoro, sentirsi valorizzato e apprezzato, visto... fa bene allo spirito, alla performance e alla produttività.

Una recente ricerca di TherapyChat in collaborazione con Ipsos evidenzia come il 46% dei lavoratori sostenga che la propria condizione lavorativa influenzi, e ha influenzato, il proprio benessere psicologico.


Le conseguenze del quiet-quitting


E' chiaro a questo punto come il fenomeno non riguardi solo chi è preposto ad analizzare i trend delle risorse umane, ma riguardi tutte le organizzazioni da vicino. Contrastare, o ancora meglio prevenire, un fenomeno simile può portare solo vantaggi che, anche se non tangibili o visibili subito, hanno delle ricadute sul sistema in modo eclatante.

Le conseguenze di un quiet quitting sottovalutato o non considerato sono impattanti nel lungo periodo.

Le risorse si trovano ad essere:

- demotivate

-. poco produttive

- poco proattive

- conflittuali

- poco collaborative

- a volte ostative (rifiutano la comunicazione e il passaggio di informazioni)

- in burn out


Quali soluzioni al quiet quitting?


Alla luce di tutto quanto detto, sorge ora una domanda: esistono soluzioni?

La risposta è, lo potete immaginare, positiva.

Le soluzioni che si possono adottare sono molte e differenziate. Noi ve ne proponiamo due: le proponiamo, con successo, a molte delle nostre aziende clienti e i risultati ci danno ragione.

Stiamo parlando del coaching e del counseling: due modalità diverse ma ugualmente efficaci.

Il coaching, sia individuale che di gruppo, può lavorare sulla motivazione, sulla cultura aziendale, sull'allineamento con i valori e gli obiettivi organizzativi; il counseling mira invece a lavorare sul benessere della persona supportandola nella ricerca dell'equilibrio tra vita lavorativa e vita familiare, sui conflitti e sulle dinamiche relazionali.

Sia coaching che counseling possono essere utilizzati per prevenire problematiche e contribuiscono alla costruzione del Branding aziendale.

Se siete curiosi di capirne i vantaggi, rivolgetevi al nostro team: vi daremo tutte le informazioni.




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