• Cristina Speggiorin

Well-being washing

Well-being in azienda. Se ne parla tantissimo oggi. E si moltiplicano le misure. Ma è sempre così? E' veramente tutto oro quello che luccica?


Oggi laviamo i panni sporchi in pubblico e...li appendiamo pure.

Eh sì, abbiamo deciso di parlare del wellbeing washing.

Laviamo il benessere? No...ma la facciata sì.

E' indubbio che molte aziende siano sensibili alla questione benessere. Post, articoli, studi e ricerche pullulano di dati raccolti da questionari, tendenze e teorie che confermano come pensare al benessere dei propri dipendenti sia un dovere delle organizzazioni.

I benefici infatti sono molteplici: se una risorsa è felice in azienda, se percepisce (e riceve) attenzione è più fidelizzata, più motivata, più efficace ed efficiente. Perché lasciare una realtà che si pre-occupa di me? Non avrebbe senso. E così pullulano iniziative varie: corsi di informazione sulla salute, di mindfulness e yoga, voucher per la palestra e la badante per i genitori ormai anziani.

Magari la palestra la facciamo internamente che c'è quello spazio da tempo inutilizzato e poi...i bambini, i figli devono essere seguiti quindi una bella convenzione con un asilo nido in zona non guasta.

E che dire dei magnifici vasi trasparenti ricchi di frutta di stagione che se passo di lì posso prendere la mia bella dose di vitamina C?

Bellissimo...chi non vorrebbe lavorare in un'azienda così?


E' tutto oro ciò che luccica


Sarà vero? O è solo una facciata...un wellbeing washing appunto.

Attenzione: non siamo contro queste cose! Anzi...

Anche noi, e chi ci conosce bene lo sa, ci occupiamo di benessere in azienda. Portiamo il counseling, i corsi di mindfulness, quelli sullo stress correlato al lavoro, parliamo di felicità, di filosofia e di stipendio emotivo...E ne siamo fieri. Riteniamo anche di essere abbastanza innovativi in questo.

E allora? Dov'è il problema?

Che a volte può essere solo una facciata, una via di comodo per farci sentire meglio.

Ed è un peccato, un grande peccato. Soprattutto quando sentiamo quel "eh, però...lavoriamo tanto sulla motivazione, facciamo un sacco di iniziative ma non raccogliamo risultati. Sembra che sia solo e tutto dovuto e non un plus!"


Dopo il greenwashing, ecco il wellbeing washing


Ma com'è possibile? Non solo è possibile, ma è ovvio, naturale aggiungiamo noi.

Forse oggi siamo un po' cattivelli, ma questo vuole essere un post che rompe qualche schema e che va contro corrente ma è trasparente.

Inserire in azienda delle iniziative spot potrebbe essere solo un boomerang. Esattamente come tutti coloro che si occupano di ambiente, di cultura del verde e di rispetto della natura e poi...non rispettano nulla.

Se ci limitiamo a qualche evento, alla frutta nei vasoni, ai corsi sporadici ma poi non abbiamo una cultura del feedback, non sviluppiamo i talent. non coltiviamo la motivazione intrinseca delle persone...beh, queste ci lasciano. Eccolo, il wellbeing washing! Una bella facciata: ci occupiamo di benessere ma...non lo pratichiamo e nemmeno ci crediamo. Terribile, no? Il well-being non è qualcosa che si fa, come può essere il sempre più vecchio concetto di welfare, quanto, piuttosto, qualcosa che si è.


Come essere ben-essere?

Prendendo spunto da un articolo inglese, vediamo quali sono i peccati del wellbeing washing.

1.La superficialità. Frullati freschi, scrivanie in piedi o lezioni di yoga se si trascura la natura olistica del benessere non hanno senso. Ad esempio, una scrivania in piedi farà poco per la tua salute se la usi 70 ore a settimana.

2. Il "parlare". Fare eventi grandi e visibili con impatto limitato come invitare un noto oratore principale a parlare di burnout, ma non essere in grado di rispondere alla domanda del pubblico: "Dove posso rivolgermi se mi sento esausto?"

4. Spostare la responsabilità. Si tratta di evidenziare eccessivamente la responsabilità dell'individuo, minimizzando la responsabilità organizzativa. Ad esempio, ricevere coaching per dipendenti demotivati, ma non avere a che fare con il manager che supervisiona una squadra demotivata.

5. La “taglia unica”. Ossia adottare un servizio di benessere adatto al 90% dei dipendenti, con poca attenzione ai reali bisogni. Per esempio, il budget destinato al programma per smettere di fumare utilizzato dal 2% dei dipendenti o al servizio di coaching on demand che attrae il 22%, potrebbe essere speso in modo diverso con iniziative più aderenti alla realtà. "Va bene per tutti" è probabilmente "ottimo per nessuno".


E voi, quale peccato commettete? Attenzione, perché il benessere è ormai una leva strategica per l’attrattività dei talenti, un elemento chiave per la performance, un ingrediente fondamentale per coinvolgere e fidelizzare le proprie persone. Proprio per questo, non può essere un’iniziativa una tantum, ma deve diventare, di fatto, parte essenziale della cultura organizzativa, indissolubile dai processi aziendali.


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